Congestione: per la libertà di stampa, di opinione e di espressione, ora e sempre. #JeSuisCharlie

Je-suis-Charlie errore di stampa

Il discorso pubblico svoltosi in questi giorni intorno alle vicende dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo mi ha fatto tornare in mente un mio articolo di molti anni fa (si trattava del 15 marzo 2007, secondo le mie fonti), pubblicato sul giornalino scolastico “Errore di Stampa” del liceo che allora frequentavo (quel giornalino, tra l’altro, è forse una delle ragioni più importanti che mi spinsero a frequentarlo).

L’articolo, intitolato simpaticamente “Congestione”, riguarda quello che accadde durante la “cogestione” (o “autogestione”, che dirsi voglia) organizzata nel nostro istituto quell’anno.

Prevedibilmente, destò scandalo e proteste a seguito della sua pubblicazione, ed, essendo io un amabile testardo già allora, ottenni che rimanesse online, anche se dovetti cedere al compromesso di vederlo modificato in una versione più “edulcorata”.

Erano i miei primi passi nel giornalismo, e di conseguenza l’articolo non ha sicuramente molto valore dal punto di vista dei contenuti, essendo mera, e forse eccessiva e un po’ ingenua, opinione.

Criticabile, assolutamente. Ma comunque un gesto di ribellione, che rivendica, nel suo piccolo, quel diritto alla libertà di stampa, di opinione e di espressione tanto celebrato in questi giorni.

Un piccolo gesto, sì, ma di grande coraggio. E alla portata di tutti, per poter dire con orgoglio  #JeSuisCharlie.

Ripubblico, qui di seguito, la versione originale, NON edulcorata, e politicamente scorretta.

 

CONGESTIONE

C’erano grandi aspettative per questo evento speciale, grandi speranze in fondo agli occhi dei “primini”.

Giravano voci di un ingente lavoro realizzato con volontà, impegno assiduo, e pazienza da quelli che si descrivevano come coloro che difendevano gli interessi degli studenti, di tutti gli studenti, contro la brutalità menefreghista degli insegnanti, dipinta con veemenza e falso profetismo.

Il risultato, dopo l’incidente autogestione che aveva già scombussolato, spaccato e diviso gli allievi, rischiando di rovinare la buona riuscita di due giornate volte al confronto e alla coesione, è un altro buco nell’acqua per quanto riguarda la gestione dell’intero evento.

Fino alla prima giornata, si può dire che tutto, entro i limiti, si sia svolto regolarmente.

Alla seconda è accaduto l’inevitabile: per fronteggiare il sovrappopolamento di alcune classi, che attiravano una grande affluenza di persone per il tema trattato, si è pensato bene, come risoluzione, di sbattere fuori le classi prime.

Evidenziamo come molti tra queste si siano presentati con largo anticipo, abbiano preso posto e si siano preoccupati di non mancare alla loro attività scelta. La stesso ragionamento insulso si è ripetuto una seconda volta, in Aula Magna, tra cui presenti molti primini che già non avevano potuto partecipare all’attività precedente. La fine di questi bistrattati? Dispersi nei corridoi, vengono stipati nelle altre classi, senza tener assolutamente conto delle loro opinioni in merito: bisogna far fretta, bisogna che tutto, entro data ora, sia in ordine, bisogna che i corridoi siano sgombri.

Una scena che ricorda solo lontanamente la violenza dei campi di concentramento, ma che nasce dallo stesso principio dei capi d’ordine: il diverso, il più debole, il più indifeso della situazione viene sottomesso e costretto ad obbedire, quasi non fosse una persona.

Chi siamo noi primini per meritare tutto questo? Non abbiamo anche noi, forse, il diritto di accedere liberamente a tutte le attività, specialmente quando ci siamo mobilitati in tempo per queste?

Non ci considerano all’altezza dell’evento: piccolo per loro equivale a stupido, dimostrando ancora una volta di conoscerci poco. Non sanno che molti di noi meriterebbero sicuramente più di loro un posto a sedere negli eventi importanti.

Scongiurato, almeno in parte, il pericolo della festa al primino, tradizione malsana e ingiustificata del giorno di San Valentino nelle scuole, ci arriva questa che è un po’ come una pugnalata alle spalle da quello che era un alleato, un amico.

Lasciamo passare del tempo, lasciamo che il vecchio sovrano incontrastabile faccia il suo lavoro: cosa si salverà del loro operato nei nostri ricordi?

Concludiamo enunciando la semplice e pura verità: questi nostri amati rappresentanti hanno mancato ancora una volta al loro dovere, hanno tradito i principi annunciati, hanno posto nuova sfiducia nelle nuove generazioni che cercano anche in loro, non sapendo più dove andare a cercare, un esempio da seguire per il futuro.

L’ennesima, immancabile, amarezza e delusione di fondo, che difficilmente si scioglie in bocca.

 

Gianluca Avagnina

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